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Questo non è il progetto di una cappella: è una riflessione costruita sul tema, fatta da un architetto rispettoso ma non credente, guidato dall’intuizione che ogni cappella sia già in se stessa un’idea costruita o un simbolo, piuttosto che un edificio veramente destinato a un uso compiutamente rituale. Escludendo quelle che più propriamente andrebbero definite come piccole chiese, capaci comunque di ospitare una funzione religiosa (tale è, per esempio, quella di Asplund), e quelle gentilizie o cemeteriali, che hanno un fine primario di rappresentanza sociale, restano le altre, la gran parte: quelle isolate in città o in campagna; le più affascinanti, amabili e problematiche. Troppo piccole per permettere lo svolgimento di una messa, se non al loro esterno e in occasione di qualche ricorrenza, anche qualora dispongano di un altare e talora di un essenziale ambone (un leggio), esse sono tutte caratterizzate da una dedicazione e quasi sempre da una corrispondente icona. Di questo parlano a chi le incontra, invitandolo alla sosta e con essa a ripercorrere l’esperienza di un santo, di un miracolo, di un evento (o anche, nel mondo ortodosso, di un luogo, purché che la natura o la storia l’abbiano reso speciale). Contemporaneamente esse, senza esserlo compiutamente, rappresentano la chiesa, riassumendola, alludendovi: ne sono talora quasi una miniatura, quasi ingenua e tuttavia spesso straordinariamente efficace. Su questo infine si è cercato di lavorare.

Al progetto manca infatti una cosa essenziale, la prima di quelle citate: la dedicazione; d’altra parte all’autore non è parso decente inventarsela. Resta invece la seconda possibilità: rappresentare una chiesa (cattolica), o meglio, come già detto, alludervi. L’obiettivo quindi non è quello di definire un luogo che inviti a una meditazione generica, orientata chissà dove, ma verso una rievocazione precisa, quasi esclusivamente architettonica e necessariamente astratta, sul senso degli spazi sacri, sulle loro proporzioni, relazioni e funzioni: che rapporto c’è fra aula e presbiterio? Che ruolo vi ricopre la luce naturale? Eccetera. Per farlo è sembrato necessario astenersi da ogni esuberanza formale e lavorare su spazi e materiali elementari, asciutti: anch’essi, appunto, quasi astratti.

Poche note esplicative, quasi tecniche. La prima è che l’idea di raccoglimento data dalla configurazione del giardino, fatta di piccole radure circondate da grandi alberi, autorizza a privare l’edificio di parte del suo involucro, affidando il suo senso d’internità all’ambiente che lo circonda. La seconda è che la cappella non poggia sul terreno, o piuttosto la fa per punti, quando forse, per tradizione, essa dovrebbe pesare, e tanto, sulla terra: questo è ancora per rispetto verso un luogo che, vista l’effimera durata dell’edificio, è meglio resti intatto. L’ultima è la presenza di due elementi figurativi (non ancora definiti nel dettaglio a questo stato della progettazione): quelli di una mensa (un semplice piano) e di un libro. Due uniche immagini quindi, e molto semplificate; però necessarie per identificare uno spazio troppo piccolo per essere veramente un presbiterio.

Francesco Cellini

Francesco Cellini

Nato a Roma nel 1944, dal 1987 è professore ordinario di Composizione Architettonica (Università di Palermo e Roma Tre). Ha svolto un’intensa attività didattica ed è stato direttore del programma post-laurea in Storia della Progettazione Architettonica, nonché membro del consiglio di dottorato. È membro dell’Accademia di San Luca dal 1993 e ne è attualmente Vice Presidente.

Ha una vasta produzione di ricerca, tra cui monografie e saggi, oltre a una lunga attività professionale composta da oltre duecento progetti, di varia natura e diverso impegno. Ha partecipato e vinto numerosi concorsi di architettura nazionali ed internazionali. Il suo lavoro è stato pubblicato in varie riviste e monografie ed è stato esposto in mostre internazionali e nazionali.